Top nav

Sheep family sleeps together in the grass

Criteri per considerare un essere senziente

Esistono tre tipi generali di criteri che ci fanno capire che un essere è senziente: il comportamento, la logica evolutiva e la fisiologia.

 

Il comportamento

Quando proviamo sofferenza o gioia, ci comportiamo in un certo modo. Gesticoliamo, gridiamo, gemiamo… Avviene tanto negli esseri umani quanto nella stragrande maggioranza degli animali non umani. Chi si comporta in questo modo sta avendo delle esperienze positive o negative.1

Allo stesso modo, esistono comportamenti che ci fanno capire che un essere può avere esperienze positive o negative dall’apprendimento di elementi presenti all’interno del suo ambiente, benefici o dannosi. Per esempio, un animale che si scotta si tiene subito a distanza dal fuoco. Lo stesso vale per le esperienze positive, quando, ad esempio, un animale trova un alimento in un certo luogo e ci ritorna le volte successive. Questo motivo va considerato in maniera globale, perché questi esseri non solo possono soffrire o gioire, ma possono avere esperienze e, quindi, essere coscienti. D’altro canto, bisogna anche considerare l’esistenza di esseri privi di tutte le capacità di apprendimento, ma comunque coscienti.

Numerosi animali non umani manifestano un comportamento complesso non solo in situazioni che possiamo considerare di sofferenza o di gioia. La cosa più importante per sapere se un essere è senziente non è il modo in cui reagisce a situazioni particolari, ma come si comporta in generale. L’importante è essere capace di avere esperienze e il comportamento di un animale ci porta a comprendere che è senziente anche se non manifesta sofferenza o gioia. Il motivo è il seguente: il modo in cui gli animali riescono a sopravvivere (e dal punto di vista evolutivo a trasmettere il patrimonio genetico) comportandosi in un modo o in un altro. In questo modo, gli esseri evitano la minaccia alla loro sopravvivenza e si procurano ciò di cui hanno bisogno. La chiave è il comportamento. La coscienza fornisce tutta una serie di possibilità per sopravvivere e per trasmettere il patrimonio genetico affinché gli organismi che la possiedono agiscano in un modo o in un altro. Tutto ciò avviene mediante la motivazione: a seconda della causa che le scaturisce, le esperienze positive fanno agire in maniera favorevole e le negative in maniera sfavorevole. In questo modo si hanno comportamenti di grande complessità che non sarebbero programmabili se non attraverso la motivazione, che permette di essere cosciente.2

La spiegazione più plausibile che possiamo dare è che un essere è cosciente quando manifesta un comportamento complesso. Esistono molti animali con comportamenti non semplici. Vivono situazioni molto diverse e, per sopravvivere, devono rispondere in modo adeguato. La capacità di adattamento necessaria non si manifesta senza ricorrere alla coscienza.

 

Considerazioni evolutive

Parlando del comportamento abbiamo considerato anche le ragioni evolutive, le quali spiegano l’esistenza di esseri coscienti che, sopravvivendo, trasmettono i geni alle nuove generazioni.

Esistono due forme per le quali le considerazioni evolutive possono portare alla conclusione che un essere possiede o no la capacità di avere esperienze positive e negative. La prima si riferisce al tipo di circostanze che possono avvenire durante la vita di un animale e alle sue capacità di azione. Come detto prima, la capacità di sentire si manifesta nell’evoluzione in funzione alla capacità di agire in un modo o in un altro.3

Abbiamo visto che la motivazione ha senso quando il comportamento può essere complesso e adattabile alle circostanze. Quando invece è molto semplice, il fatto di avere esperienze non ha senso, perché implica un impiego di energia non necessario, quindi avere coscienza comporta un notevole consumo energetico. Nel caso degli esseri umani, il 20% dell’energia che utilizzano può essere impiegata per mantenere attivo il cervello. Parte di questa quantità di energia si utilizza per funzioni che non si realizzano coscientemente, ma una parte molto importante viene impiegata per essere coscienti. Negli animali non umani che hanno un cervello con una massa minore relativa al loro peso totale rispetto a quello umano, la quantità di energia è, logicamente, più bassa, ma comunque alta. Se la coscienza non fosse necessaria al comportamento che un organismo debba sviluppare, essere cosciente sarebbe un peso e gli farebbe impiegare energie in funzioni inutili anziché in quelle di grande utilità.4 Sarebbe questo il caso di esseri che non hanno la capacità di muoversi, come le piante o i funghi.

D’altra parte, il secondo modo in cui la logica evolutiva può aiutare a considerare se un essere è o non è senziente è attraverso il rapporto parenterale. Se due esseri sono sufficientemente imparentati da appartenere a specie separate nel ramo evolutivo da relativamente poco tempo, esiste un motivo per pensare che, se uno di questi è cosciente, allora dovrebbe esserlo anche l’altro. Sarebbe così perché abbiamo motivo di pensare che il loro antenato comune era senziente, per cui lo saranno anche i suoi discendenti (alcuni esempi si trovano nella sezione su quali esseri sono senzienti).5

 

La fisiologia

La presenza di un sistema nervoso centrale

Il criterio decisivo per sapere se un essere è senziente o no è la sua fisiologia: la struttura fisica e il suo funzionamento che gli permette di avere esperienze. Tuttavia, oggigiorno non conosciamo il meccanismo attraverso il quale tutto ciò accade. Per essere senziente è importante avere una determinata struttura fisica, ma abbiamo solo un’idea di come dovrebbe essere. Per questo argomento potete consultare la sezione sul problema della coscienza.

Avere un sistema nervoso non centralizzato non è sufficiente per essere senziente. Oggi sappiamo solo che è fondamentale avere un sistema nervoso centrale per essere senziente.

La complessità di un sistema nervoso centrale può variare notevolmente. Quelli più semplici constano solo di gangli nervosi, costituiti dalla combinazione di più nervi. Possono variare in complessità fino a costituire il cervello. Naturalmente, varia anche il livello di organizzazione. Un cervello molto semplice è poco più sviluppato di un ganglio nervoso notevole.

Anche il tipo di centralizzazione cambia notevolmente. I polpi, ad esempio, sono molluschi che hanno un sistema nervoso centrale abbastanza complesso rispetto a quello di molti vertebrati, ma con un’organizzazione diversa, a causa di processi evolutivi molto diversi. La complessità del comportamento dei polpi ci porta a concludere che sono esseri coscienti. Per questo motivo, non possiamo determinare che la struttura cerebrale debba essere solo come quella dei mammiferi o dei vertebrati.6 In realtà, ci fa pensare che perché un essere possa soffrire o gioire, l’organizzazione di un sistema nervoso può essere anche molto elementare. Ad esempio, nella struttura anteriore del sistema nervoso centrale di un polpo o di un mammifero avverrebbe la manifestazione di attività complesse. (Con ciò, gli animali che possono avere esperienze sono, in realtà, moltissimi).

 

Altri criteri fisiologici oltre alla struttura nervosa

La struttura nervosa è un criterio imprescindibile per considerare un essere cosciente, ma ne esistono altri complementari. Non sarebbero sufficienti per dire che un essere senza sistema nervoso centrale possa essere cosciente, ma sono criteri aggiuntivi in esseri con tale sistema. Uno di questi ha a che fare con una serie di sostanze chimiche che, in molti casi, servono da analgesici. Molti animali (tra cui anche l’uomo) producono varie sostanze che servono a sopportare il dolore in situazioni in cui è meglio non provarlo (come, ad esempio, scappare per non rischiare la vita).

Ebbene, anche molti invertebrati con un sistema nervoso centrale semplice producono questo tipo di sostanza. Potrebbe essere che, in questi animali, queste sostanze giochino una funzione distinta rispetto all’uomo, ma è logico pensare che possano giocare lo stesso ruolo, per ragioni evolutive.7

Un altro criterio si fonda nei nocicettori, cioè conduttori che informano il cervello di un danno ai tessuti dell’organismo. Le informazioni partono dai tessuti e arrivano al sistema nervoso e, grazie a questo meccanismo, proviamo il dolore e altre sensazioni fisiche (come il caldo o il freddo).8

Potremmo credere che lo studio sugli esseri senzienti possa ridursi allo studio dei nocicettori, ma sbaglieremmo, poiché le informazioni ricevute e trasmesse mediante il meccanismo dei nocicettori non costituiscono da sole la sensazione del dolore. Perché avvenga, è necessario che tali informazioni siano ricevute da un cervello capace di non elaborarle solamente, ma anche di acquisire l’esperienza che tali informazioni codificano. Quello che non conosciamo ancora è il modo in cui un cervello debba essere organizzato per dar luogo a tale capacità.

Tuttavia, sebbene la trasmissione d’informazioni mediante la nocicezione non sia equivalente alla sperimentazione della sofferenza, è un requisito in animali come l’uomo. D’altra parte, la nocicezione non svolge un altro ruolo. Quando ci troviamo di fronte a un essere con sistema nervoso centrale con una struttura che permette la nocicezione, possiamo affermare che questo abbia la capacità di soffrire e gioire.

Nonostante la nostra affermazione, non possiamo risolvere la questione su quali esseri siano senzienti, poiché potrebbero esisterne altri capaci di sentire, ma senza nocicettori. Affermare che la nocicezione è un criterio sufficiente sarebbe possibile nel caso di animali con trasmettitori di dolore molto semplici, ma non sufficiente perché un essere sia cosciente.

 

Bibliografia:

Allen, C. & Bekoff, M. (1997) Species of mind, Cambridge: MIT Press.

Allen, C. (1992) “Mental content and evolutionary explanation”, Biology and Philosophy, 7, pp. 1-12.

Baars, B. J.  (2001) “There are no known differences in brain mechanisms of consciousness between humans and other mammals”, Animal Welfare, 10, Suppl. 1, pp. 31-40.

Beshkar, M. (2008) “The presence of consciousness in the absence of the cerebral cortex”, Synapse, 62, pp. 553-556.

Chandroo, K. P.; Yue, S. & Moccia, R. D. (2004) “An evaluation of current perspectives on consciousness and pain in fishes”, Fish and Fisheries, 5, pp. 281-295.

Darwin, C. (2011 [1896]) L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, Roma: Newton Compton.

Dawkins, M. S. (1993) Through our eyes only? The search for animal consciousness, New York: W. H. Freeman.

Dawkins, M.  S. (2001) “Who needs consciousness?”, Animal Welfare, 10, Suppl. 1, pp. 19- 29.

DeGrazia, D. (1996) Taking animals seriously: Mental life & moral status, Cambridge: Cambridge University Press.

Dretske, F. I. (1999) “Machines, plants and animals: The origins of agency”, Erkenntnis 51, pp. 19-31.

Edelman D. B. & Seth, A. K. (2009) “Animal consciousness: A synthetic approach”, Trends in Neuroscience, 9, pp. 476-484.

Farah, M. J. (2008) “Neuroethics and the problem of other minds: Implications of neuroscience for the moral status of brain-damaged patients and nonhuman animals”, Neuroethics, 1, pp. 9–18.

Griffin, D. R. & Speck, G. B. (2004). “New evidence of animal consciousness”, Animal Cognition, 7, pp. 5-18.

Jamieson, D. (1998) “Science, knowledge, and animals minds”, Proceedings of the Aristotelian Society, 98, pp. 79-102.

Panksepp, J. (2004) Affective neuroscience: The foundations of human and animal emotions, New York: Oxford University Press.

Radner, D. & Radner, M. (1989) Animal consciousness, Buffalo: Prometheus.

Robinson, W. S.  (1997) “Some nonhuman animals can have pains in a morally relevant sense”, Biology and Philosophy 12, pp. 51-71.

Sneddon, L. U. (2009) “Pain perception in fish: Indicators and endpoints”, ILAR Journal, 50, pp. 338-342.


1  Rollin, B. E. (1989) The unheeded cry: Animal consciousness, animal pain and science, Oxford: Oxford University Press.

Searle, J. R. (1994) “Animal minds”, Midwest Studies in Philosophy 19, pp. 206-219.

2  Gherardi, F. (2009) “Behavioural indicators of pain in crustacean decapods”, Annali dell’Istituto Superiore di Sanità, 45, pp. 432-438.

3  Damasio, A. R. (1999) The feeling of what happens: Body and emotion in the making of consciousness, San Diego: Harcourt.

4  Ng, Y.-K. (1995) “Towards welfare biology: Evolutionary economics of animal consciousness and suffering”, Biology and Philosophy 10, pp. 255-285.

5  Griffin, D. R. (1981) The question of animal awareness: Evolutionary continuity of mental experience, New York: Rockefeller University Press. Cabanac, M.; Cabanac, A. J.; Parent, A. (2009) “The emergence of consciousness in phylogeny”, Behavioural Brain Research, 198, pp. 267-272. Grinde, B. (2013) “The evolutionary rationale for consciousness”, Biological Theory, 7,  pp 227-236

6  Smith, J. A. (1991) “A question of pain in invertebrates”, ILAR Journal 33, pp. 25-31 [accesso: 24 dicembre 2013]. Mather, J. A. (2001) “Animal suffering: An invertebrate perspective”, Journal of Applied Animal Welfare Science, 4, pp. 151-156. Mather, J. A.; Anderson, R. C. (2007) “Ethics and invertebrates: A cephalopod perspective”, Diseases of Aquatic Organisms, 75, pp. 119-129.

7  Kavaliers, M.; Hirst, M. & Tesky, G. C. (1983) “A functional role for an opiate system in snail thermal behaviour”, Science, 220, pp. 99-101.

8  Sneddon, L. U. (2004) “Evolution of nociception in vertebrates: Comparative analysis of lower vertebrates”, Brain Research Reviews, 46, pp. 123-130.

Top nav